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L’unità politica dell’impero,creata da Carlo Magno, dopo il Mille era ormai
entrata in piena dissoluzione. I comitati erano divenuti a mano a mano
autonomi, mentre il conte, da semplice funzionario dello stato, qual era in origine, aveva preso
a esercitare tutti i diritti giurisdizionali ed economici sul territorio amministrativo: proprietà
nobiliari, vescovili e monastiche erano assoggettate all’autorità del conte, fatte salve alcune
particolari immunità.
Tuttavia, nel volgere di pochi decenni, anche l’unità giuridica e territoriale dei
comitati, che
avevano funzionato da organismi amministrativi periferici dello stato, entrò in crisi. Nei
secoli X e XI borghi e corti del territorio cominciarono a fortificarsi per ragioni di
sicurezza,specialmente in seguito alle reiterate invasioni ungariche. I castra (=
“castelli”)
divennero pertanto un naturale polo di attrazione per le popolazioni rurali, che trovarono in
essi quelle garanzie di sicurezza militare di cui abbisognavano e sia pure embrionali
strutture di mercato, organizzate per la concentrazione e la redistribuzione dei prodotti
agricoli. L’associazione di tali fattori accrebbe enormemente l’importanza dei castra
laici ed
ecclesiastici, che, grazie alle preesistenti immunità di cui godevano, si avviarono a
trasformarsi in altrettante piccole “signorie”. Esse,nel loro insieme, incrinarono di fatto il
potere giurisdizionale ed economico del conte cittadino. Il vescovo, in particolare, divenne il
rivale più terribile del conte, sia per il numero dei castelli che da lui dipendevano, sia per i
privilegi connessi. E’ significativo che già nel 911 Berengario I ,re d’Italia, avesse
concesso al
vescovo di Vicenza l’esercizio delle “pubbliche funzioni” su tutte le terre di sua pertinenza;
diritto che Corrado II il Salico ribadì nel 1026.
Dopo il Mille il vescovo di Vicenza – ma il fenomeno riguarda più estesamente tutta l’Alta
Italia - era di fatto un sovrano con facoltà di concedere in feudo le sue terre, legando a se le
più potenti famiglie locali, in aperto e diretto antagonismo con il conte cittadino. Ma,oltre
all’accresciuta importanza del vescovo, vanno riportate pure le numerose novità a carattere
autonomistico godute dal Capitolo della cattedrale e dai singoli monasteri su fondi di loro
regione come elemento non secondario nel processo di disgregazione dell’unità
giurisdizionale e territoriale del comitato. Il quale, una volta disancorato dal potere centrale
dello stato e divenuto di fatto proprietà della famiglia del conte, fu sottoposto ad un processo
di sfaldamento anche al suo interno conseguente al principio di ereditarietà nell’ambito
familiare e direttamente proporzionale all’estendersi della famiglia stessa in più rami. (...continua)
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